giovedì 8 marzo 2012

Donne sull’orlo di una crisi economica


di Giulia Paltrinieri e Chiara Morgottivolantino8marz

La recente depressione economica, la chiusura di molti stabilimenti lavorativi, la continua erosione delle strutture del welfare nell’ultimo decennio, la generalizzata precarizzazione del lavoro e l’aumento del costo della vita portano nuovamente agli occhi di tutti, alla vigilia dell’8 Marzo, la condizione di perpetrante disparità tra uomo e donna.

Dunque, soprattutto in un periodo come questo non possiamo sottovalutare il problema della maggiore esposizione del genere femminile agli effetti della crisi nascondendoci dietro alle storiche conquiste dei movimenti femministi a partire dagli anni ‘70 del Novecento come il referendum sul divorzio (1974), il referendum sull'aborto e l’abolizione delle disposizioni sul delitto d'onore del 1981. Dobbiamo ricordare sempre che ci sono state donne che hanno lottato duramente per ottenere quei diritti che talvolta si considerano scontati e che devono essere ancora oggi, e a maggior ragione, difesi. Ma innalzare la bandiera delle conquiste sociali degli anni ’70 non basta, se no ci si accorge che in realtà oggi la figura della donna viene quotidianamente offesa e mutilata.

Infatti, è nei momenti di maggior disattenzione dell’opinione pubblica e di allontanamento sfiduciato dalla politica che i diritti tendono a vacillare, a rischio soprattutto dei soggetti da sempre meno tutelati.

Esemplare il caso dell’azienda Inzago in Lombardia costretta dalla crisi a tagli del personale e a quattro anni di cassa integrazione: il personale “scelto” per entrare in mobilità prima, e essere licenziato poi, è interamente di sesso femminile. I padroni dell’azienda per di più giustificano tale scelta sostenendo che è meglio per le donne tornare al “focolare”, dedicandosi al lavoro di cura (di casa, famiglia, bambini), a loro più adatto che il lavoro in fabbrica. Inoltre, a loro dire, il lavoro delle donne costituisce solo il “secondo stipendio” e il loro licenziamento dunque è meno grave per la sorte della famiglia che quello dell’uomo di casa. Non dimentichiamo poi il discusso caso dell’OMSA di Faenza e dei suoi 240 dipendenti che tra pochi giorni vedranno scadere la cassa integrazione e si avvieranno verso il licenziamento: la maggioranza di questi sono lavoratrici donne.

In secondo luogo ricordiamo il diffuso fenomeno delle cosiddette dimissioni in bianco: la lettera che tante lavoratrici si trovano davanti nel momento in cui si dimettono (in)volontariamente e su cui non è apposta alcuna data. Nel nostro paese vi è stato un tentativo di limitare tale fenomeno ricattatorio con una legge, la n°188, la quale prevedeva un sistema di moduli d’assunzione numerati in maniera progressiva e validi per un periodo limitato di tempo. L’ex ministro del lavoro Sacconi non ha esitato un attimo ad abolire tale legge e da quel momento le dimissioni di lavoratrici non hanno fatto che aumentare, specialmente in concomitanza con la maternità e, nel caso di lavoratrici precarie, appena prima del raggiungimento dei requisiti utili per il rinnovo contrattuale. Lo stesso ministro Fornero, pur dichiarandosi incline alla risoluzione di tale problema, si mostra dubbioso nei confronti del ripristino della 188. Per le donne, dunque è ancora difficoltoso il diritto ad entrare in maternità senza incorrere in licenziamenti e differenziazioni nell’avanzamento di carriera ma, sul versante opposto, risulta allo stesso modo problematica anche la possibilità di usufruire pienamente ed in libertà delle disposizioni contenute nella legge 194. Il nostro paese infatti mostra un numero esorbitante di obiettori di coscienza tale che spesso è impossibile per una donna interrompere una gravidanza indesiderata senza recarsi addirittura in altre paesi o province. In tal modo viene leso il diritto costituzionale alla libertà di scelta sul proprio corpo. Il 70,7% dei ginecologi italiani attivi in strutture pubbliche che effettuano l’interruzione volontaria di gravidanza è obiettore di coscienza. Con punte del 92,6% in Basilicata e dell’80,5% del Veneto. Quasi in tutte le regioni italiane il numero dei ginecologi obiettori è maggiore rispetto a quello dei colleghi che effettuano gli aborti. Per non parlare poi della diffusa avversione nei confronti della “pillola del giorno dopo”, dell’ostracismo politico verso la legalizzazione della pillola abortiva ( RU 486) , della disinformazione riguardo l’uso dei contraccettivi e della massiccia presenza di volontariato e associazionismo cattolico all’interno dei consultori avente l’effetto di orientare ideologicamente la scelta della donna nel momento di maggior fragilità. Pensiamo poi al fatto che per arginare il fenomeno della disparità nell’accesso alla politica delle donne e nella loro rara presenza in posizioni di rilievo, si sia dovuti ricorrere ad un provvedimento come quello delle “quote rosa”, il quale prevede la presenza obbligatoria del genere femminile nella misura di 1/5 dei membri delle società o aziende a partecipazione pubblica (comunque ancora lontana da una reale parità!). Questo intervento, pur avendo l’intento di favorire la partecipazione delle donne ai vertici del paese, pare in realtà sottintendere ancora una non effettiva parificazione tra i due sessi: sembra quasi che, a questo punto, la donna faccia carriera non per un reale merito ma per un obbligo imposto dall’alto.

Come poi non fare riferimento all’umiliazione e alla costante “prostituzione” del corpo femminile che avviene ogni giorno sotto gli occhi di tutti e della quale molti sembrano non accorgersi nemmeno? Se le donne riescono raramente e con estenuante fatica a raggiungere una qualche visibilità sul mondo del lavoro e nella vita politica, non si può certo dire la stessa cosa per quanto riguarda il mondo della televisione e della pubblicità! Sembra non esistere cartellone promozionale, pagina di rotocalco, talk show o quiz delle reti commerciali nella quale la donna valga più della crema per il viso che sponsorizza o dell’arredamento decorativo del conduttore di turno, in un ostentazione del corpo e della nudità della donna quanto mai offensiva e degradante.

In questo quadro generale dell’attuale situazione di disparità di genere nel nostro paese ci sembra corretto soffermare l’attenzione anche su un fenomeno destinato ad una crescente espansione. Come noto, in tutto il mondo, le donne che hanno subito mutilazioni genitali femminili sono 130 milioni circa. La pratica delle mutilazioni rappresenta una grave violazione dei diritti umani delle donne e delle bambine. Essa viola il diritto all'integrità fisica e psicologica, a essere libere da ogni forma di discriminazione o violenza e di trattamento crudele e disumano. Viola i diritti dell'infanzia e, in casi estremi, il diritto alla vita. Questo è un problema che inizia ad interessare il nostro paese dal momento che, sempre più spesso, si stanno presentando casi di bambine nate in Italia ma sottoposte a tale intervento nella terra d’origine della famiglia. Pur essendo la mutilazione genitale femminile ritenuta un reato, il tribunale di Milano, ad esempio, ha condannato a soli due anni il padre egiziano che, senza il consenso materno, ha sottoposto in Egitto la figlia a escissione. In Piemonte una bambina sottoposta dai genitori a mutilazione genitale in una clinica nigeriana è stata addirittura reintegrata in famiglia alla quale è stata riconosciuta l’idoneità ad occuparsene. Da questi esempi risulta evidente che tali provvedimenti non bastano. Il nostro paese dovrebbe prendere una posizione più incisiva a riguardo e non liquidare tale fenomeno come espressione di un diritto culturale e legittimarlo in quanto “credenza religiosa” di altri, se è vero che non la cultura in sé ma in quanto scelta da un individuo in grado di decidere è un bene meritevole di tutela (Nussbaum). Stesso discorso vale per i matrimoni combinati tra ragazze nate in Italia con giovani sconosciuti del paese originario della famiglia, se la volontà della futura sposa è contraria a quella dei genitori. Da anni associazioni come Amnesty International o Emergency chiedono all’Unione Europea un impegno forte per porre fine alle mutilazioni e, nonostante i tentativi dell’Unione sembrino essere poco coerenti e strutturati, un qualche piccolo risultato è stato ottenuto con la Convenzione del Consiglio d’Europa per prevenire e combattere la violenza contro le donne e la violenza domestica. L’Italia non ha ancora firmato la Convenzione. Cecile Greboval, direttrice dell'European Women's Lobby a riguardo afferma: "Porre fine a tutte le forme di violenza contro le donne, comprese le mutilazioni dei genitali femminili, dev'essere una priorità, specialmente in tempi di crisi. Sappiamo che l'Unione europea potrebbe avere gli strumenti per far cessare la violenza contro le donne e sviluppare una strategia che garantisca a tutte le donne il diritto di vivere libere dalla violenza. Allora, cosa stiamo aspettando?".

Questa crisi ed il sistema che l’ha generata ci insegnano dunque che le lavoratrici subiscono gli effetti della depressione economica e sociale in maniera maggiore rispetto agli uomini: le donne vengono a parità di mansioni pagate meno, le donne sono mantenute più a lungo precarie, le donne fanno più difficilmente carriera rispetto ai loro colleghi maschi. Il modello consumistico occidentale non fa che ridurre la donna da soggetto a oggetto. E quando parliamo di consumismo, parliamo necessariamente anche di capitalismo. Parliamo di un sistema dove il profitto sta sempre al primo posto, a costo di calpestare i diritti dei lavoratori e soprattutto delle lavoratrici. Parliamo di un sistema che non è soltanto “modo di produzione” ma anche veicolo di istituzioni e valori come patriarcato e familismo. Affrontare la questione femminile significa innanzitutto affrontare i problemi insiti nella struttura economica del sistema capitalista. Sentiamo dunque l’esigenza di una presa di coscienza collettiva delle donne perché pensiamo sia possibile una trasformazione della società e della politica a partire dalla soggettività femminile come primo passo verso una “rivoluzione più lunga”. Perché un’emancipazione reale della donna può realizzarsi solo attraverso un cambiamento strutturale che porti alla realizzazione di un sistema fondato sull’uguaglianza e sulla cooperazione economica e sociale.

giovedì 26 gennaio 2012

ANCHE NOI ADERIAMO ALLA CAMPAGNA “IO MI CHIAMO GIOVANNI TIZIAN”

E’ passato ormai più di un mese da quando è stato deciso di mettere sotto scorta Giovanni Tizian, 29 anni, giovane giornalista minacciato dalla criminalità organizzata per le sue inchieste su casalesi, ‘ndrangheta e Cosa nostra. E questo dove è accaduto? Casal di Principe? Torre Annunziata? Caltanissetta? No, Modena, Emilia-Romagna. Giovanni, figlio di Peppe Tizian, assassinato a Locri il 23 Ottobre 1989 dalla ‘ndrangheta mentre tornava a casa dal lavoro, dal 2006 è collaboratore precario per la Gazzetta di Modena, racconta il volto settentrionale delle mafie su Linkiesta.it, Lettera 43 e Narcomafie, è in prima fila sul fronte antimafia con l’associazione daSud. Si era da poco occupato anche di Reggio Emilia.

E dire che la presidente di provincia Sonia Masini, nel Febbraio 2009 ad un convegno sulle infiltrazioni mafiose in territorio reggiano, davanti al procuratore Gratteri e al criminologo Nicaso, aveva affermato: “Reggio è sana. Qui la mafia non esiste”. Meno male che esattamente un anno fa sulla Gazzetta di Reggio (la stessa che ora dedica la prima pagina a Tizian) Mario Degola accusava noi, Enrico Bini e il Venerdì di Repubblica di sopravvalutare il problema e di fare parte della “schiera di agguerriti tifosi di miti collettivi come quello di Gomorra a Reggio”. Noi abbiamo risposto immediatamente all’idiozia di quell’intervento, non molti altri lo hanno fatto. Meno male che all’incontro con Christian Abbondanza (intervistato addirittura da Iacona domenica scorsa a Presa Diretta!) venuto a Correggio il 29 Novembre 2011 a presentare il libro “Tra la via Emilia e il clan” non si sia presentato alcun assessore né consigliere comunale della provincia, nessun direttore di banca né presidente di grandi cooperative, nessuno a parte un solo isolato assessore di Boretto, pur essendo stati tutti formalmente invitati dagli organizzatori.

“Reggio è sana. Qui la mafia non esiste”. E intanto si sigillano cantieri a Fabbrico, Correggio e Novellara. Automobili vanno a fuoco nelle periferie di Reggio (sono 25 i roghi dolosi e sospetti solo nell’ultimo anno). Il figlio del boss Alfonso Capraro viene arrestato con l’accusa di estorsione aggravata di stampo mafioso, siamo a Bagnolo.

Cittadinanze onorarie a Don Ciotti? Incontri con procuratori antimafia e giornalisti siciliani introdotti dagli assessori comunali? Atti ammirevoli. Ma questo non basta, come non basta riempire i propri carrelli di tarallini di Libera. Noi crediamo che arrivati a questo punto riempirsi la bocca di “solidarietà” e di legalità di facciata non serva proprio più a nulla. Crediamo che si debba ripartire da una lotta reale e un’azione diretta che vada sui cantieri edili e gli appartenenti sfitti, che controlli le gare d’appalto e gli scontrini maggiorati nelle pizzerie che riciclano denaro sporco, che si tenga sott’occhio il giro delle slot machine, del videopoker e del traffico di prostituzione e stupefacenti. Crediamo che sia fondamentale anche qui a Reggio e in Emilia affrontare a tutti i livelli il problema delle organizzazioni criminali. Della mafia, seconda faccia del capitalismo più malato e del perseguimento del profitto ad ogni costo, economia nell’economia, stato nello Stato che non ha mai smesso però di collaborare con parlamentari e consiglieri comunali, modello culturale che sdogana clientelismo, raccomandazione e politica dell’intrallazzo. Di quella che non è più solo una “questione meridionale”, ma una questione nazionale. Per questo, e per tanti altri motivi, noi del Fronte sosteniamo Giovanni Tizian e tutti quei giornalisti precari che ogni giorno portano avanti la loro attività di controinformazione e d’inchiesta in uno stato di totale vulnerabilità economica e fisica. Sosteniamo anche tutti quei giornalisti di cui non si parla mai, quelle centinaia di redazioni in Italia, periodicamente minacciate e ricattate che non vengono mai ricordate non vantando in curriculum una situazione abbastanza grave da meritare i riflettori della gloria televisiva e i programmi di Rai Tre. Per questo ci chiamiamo Peppino Impastato, giornalista di Cinisi ucciso nel ’78, e Giancarlo Siani, cronista del Mattino di Napoli assassinato nel ’85 dalla camorra. Per questo ci chiamiamo Lirio Abate, collaboratore dell’ANSA ancora vivo dopo l’ultimo attentato sventato nel 2007. Ci chiamiamo Rosaria Capacchione del Mattino di Napoli e Pino Maniaci di Tele Jato nella provincia palermitana, entrambi sotto scorta ormai da più di dieci anni.

E per questo nel 2012, a Modena, Emilia Romagna, anche noi ci chiamiamo Giovanni Tizian.

venerdì 13 gennaio 2012

Maledetta primavera: docufilm e dibattito sulla “primavera araba”

Cosa succede veramente dall'altra parte del mediterraneo? Perché hanno bombardato e colonizzato la Libia?  I media ce la raccontano giusta o sono allineati e coperti nelle politiche di chi fa una guerra dopo l'altra? Chi è davvero Gheddafi e chi sono davvero i ribelli di Bengasi? Tra Hillary Clinton e Assad, quale verità sulla Siria. Quale destino per le primavere arabe, quelle vere, quelle false.
Una serata di discussione e dibattito con l'autore Fulvio Grimaldi: un docufilm su rivoluzioni, controrivoluzioni e guerre NATO nel mondo arabo.



Il pub che ci ospita è il “MakiPub”, a Bagnolo (5 minuti dal centro cittadino) in via Boiardo 4/4

domenica 8 gennaio 2012

Il Fronte intervista Omar Mih,rappresentante italiano del Fronte Polisario

Per approfondire la questione del popolo saharawi e del Fronte Polisario può essere utile questo articolo del    Fronte.

- Cos’è il Fronte Polisiario? Qual è la sua natura politica e quali le sue tattiche?
Il Polisario è un movimento di liberazione (rappresentato in tutti i paesi europei) nato anni negli anni 70, il 10 maggio 1973, con lo scopo di liberare il Sahara occidentale dalla presenza coloniale spagnola e per ottenere l’ indipendenza del popolo saharawi. All’interno del movimento di liberazione sono rappresentati tutti i pensieri politici con un denominatore comune però: la convinzione che il popolo deve avere la sua autodeterminazione e il paese deve diventare indipendente. Il Fronte Polisario fino agli anni ‘90 ha utilizzato la lotta armata come strumento di liberazione..da quegli anni in poi invece il Polisario pratica la strada della non violenza e della collaborazione con la comunità internazionale, in particolar modo con le Nazioni Unite.
- Quali sono i suoi rapporti internazionali e soprattutto con l’Italia?
Le sue relazioni sono molto ampie, tutti gli stati dell’Africa, dell’America Latina, dell’Asia e anche con paesi occidentali. Questo territorio è riconosciuto dagli anni ‘60 dall’ONU come autonomo e pertanto la popolazione ha diritto all’autodeterminazione. Su questa base il Fronte Polisario stringe rapporti politici. Con l’Italia abbiamo ottimi rapporti diplomatici: il parlamento italiano in diverse occasioni, e in modo trasversale, ha sostenuto il diritto all’ autodeterminazione del popolo sharawi.
- Possiamo allora fare un raffronto tra il Fronte Polisario e il CLN italiano durante la Liberazione, al cui interno militavano forze politiche molto differenti tra loro, nonostante il ruolo egemone del Partito Comunista Italiano e dei suoi militanti.
Anche all’interno del Fronte Polisario esiste una forza egemone?
All’interno del Fronte Polisario ci sono diverse correnti di pensiero: dai liberali ai marxisti fino agli arabisti. L’accordo raggiunto tra tutte queste diverse sensibilità è che al momento della liberazione dalla dominazione coloniale e con l’indipendenza, il Fronte si scioglierà rimanendo un patrimonio ideale per il popolo saharawi. Tutte le forze componenti diventeranno poi partiti politici che si presenteranno a libere elezioni.
- Rapporti con gli altri paesi dell’area. Ci sono paesi che più di altri sostengono attivamente la lotta del popolo Saharawi e del Fronte Polisario?
Certamente. Intanto l’Unione Africana che racchiude tutti i paesi del continente a parte il Marocco.Questo perché l’UA ha riconosciuto, nel 1984, l'indipendenza della Repubblica Araba Saharawi Democratica. La maggioranza dei paesi africani, anche se non tutti, sostiene questa posizione.
- In particolar modo, ci può spiegare meglio i rapporti con l’Algeria e la Libia?
Con tutti i paesi del Maghreb abbiamo buoni rapporti, eccetto ovviamente il Marocco. Addirittura con la Mauritana, che era scesa in guerra contro di noi. Dopo due anni di conflitto l’abbiamo sconfitta ed ora riconosce la Repubblica Saharawi e il Polisario, rinunciando a tutte le proprie rivendicazioni . L’Algeria è un alleato storico, non solo perché ha dato ospitalità ai rifugiati saharawi , ma ha sostenuto la nostra battaglia per l’autodeterminazione. Come la Tunisia o la Libia e l’Egitto: a parte le monarchie, tutte solidali con il Marocco.
- La destabilizzazione dell’area e la “primavera araba”. Soltanto una mossa geopolitica che riguarda il MO? Cosa vi aspettate che cambi per il popolo saharawi?
No, pensiamo sia una rivoluzione araba cominciata proprio nel Sahara occidentale, nel novembre del 2010 con le grandi proteste di El Ayun. E ci piacerebbe che questo fosse di aiuto per far conoscere ancora di più la nostra situazione e la nostra causa. Anche perché i popoli del nord africa hanno perso la paura, chiedono più libertà, democrazia, rispetto dei diritti umani facendo cadere dittatori come Ben Alì e Mubarak.
Noi speriamo che questo vento arrivi anche in Marocco, dove già ci sono le condizioni. Esiste un movimento, che si chiama “20 di febbraio”, che tutti i fine settimane fa delle manifestazioni di protesta chiedendo proprio più libertà e democrazia.
- Per il futuro. Quale tipo di lotta intendete portare avanti? Continuare sulla strada della non violenza? O è possibile un ritorno alla lotta armata?
Ormai da 20 anni i dirigenti del Polisario hanno intrapreso la strada della resistenza pacifica e su questa strada stiamo continuando. Non so fino a quando possiamo resistere, se non arriva una risposta positiva dalla comunità internazionale. Però la scelta, malgrado le provocazioni del Marocco e di tutti i suoi amici, è di continuare su una strada pacifica. Questa è la nostra linea.
- Chi sono gli amici del Marocco?
La Spagna chiaramente ma anche e soprattutto la Francia che lo sponsorizza e gli da sostegno economico contro gli stessi principi che “proclama” nel mondo, come possiamo vedere in Libia per “difendere la popolazione” o in Siria per la “difesa dei diritti umani”!

venerdì 6 gennaio 2012

Il nostro primo tricolore

Nata il 7 gennaio 1797 a Reggio Emilia, è considerata la prima bandiera nazionale italiana. Così come la repubblica, ebbe vita fino al 17 luglio 1797. La bandiera fu preceduta (1796) da stendardi militari della Repubblica Transpadana ispirati al tricolore francese che Napoleone aveva assegnato ai patrioti italiani che lo seguivano. È probabile che su tale scelta abbia influito l'uniforme della Milizia Civica milanese, i cui militi erano detti remolazzit, dal nome locale di una specie di rapa, per via delle loro divise verdi e bianche. Quando poi la Milizia fu trasformata in Guarda Nazionale, si aggiunse anche il rosso dei baveri, dei risvolti e delle spallette. Sull'emblema centrale, che assunse la forma definitiva il 25 febbraio, figuravano le iniziali della repubblica e un turcasso con quattro frecce, in rappresentanza delle province di Bologna, Ferrara, Modena e Reggio che formarono l'originaria federazione Cispadana.


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venerdì 30 dicembre 2011

La questione del Sahara Occidentale. Liberate Rossella Urru.

Rabat (Marocco), 15 dic. (LaPresse/AP) - Il Fronte Polisario ha reso noto sul suo sito web di avere in custodia i sospetti rapitori della cooperante italiana Rossella Urru e dei due colleghi spagnoli. Il capo del movimento di liberazione attivo nel Sahara, Khatri Addouh, ha detto che le diverse persone detenute sono membri "di un'organizzazione criminale precedentemente sconosciuta". Addouh ha parlato da Tifarti, nella parte del Sahara Occidentale controllata dal Marocco e annessa al suo territorio nel 1975. Lo scorso ottobre un gruppo di uomini armati ha sequestrato la Urru e gli altri due operatori umanitari da un campo per rifugiati nel sud dell'Algeria, al confine con il Marocco. Il rapimento era stato rivendicato da un gruppo sconosciuto legato al ramo nordafricano di al-Qaeda.
La nostra connazionale Rosella Urru è tutt’ora nelle mani dell’estremismo islamico, che fa riferimento alla vuota sigla di “al-Qaeda”, riconducibile senza troppi sforzi all’intelligence USA.
Ci auguriamo che possa presto venire liberata e con lei i suoi colleghi spagnoli, primi sostenitori della causa del popolo Sarahwi.  Cerchiamo però di capire meglio la questione, di inquadrarla geograficamente e politicamente. Perchè è evidente come stiano cercando di delegittimare la valenza e l’importanza della lotta del popolo saharawi e del Fronte Polisario attribuendogli la responsabilità di quanto avvenuto. Un gioco simile a quanto è avvenuto e avviene tutt’ora a chi decide di non sottostare agli ordini e voleri dell’imperialismo. Non possiamo accettarlo! Le menzogne e la propaganda mediatica non ci disorienteranno.
            W il popolo saharawi! w il Fronte Polisario! w la Repubblica Araba Saharawi Democratica!
Il Sahara Occidentale si trova sulla costa atlantica dell’Africa del Nord, tra il Marocco e la Mauritania. Il suo territorio è completamente arido, pianeggiante e sabbioso a ovest, collinoso e roccioso a est. I rari corsi d’acqua sono stagionali, secchi durante l’estate. Per due terzi è sotto occupazione del Marocco.  La stragrande maggioranza della popolazione è costituita dai coloni marocchini. I saharawi (popolazione discendente dalle locali tribù berbere dei Sanhadja e successivamente fusasi con gli arabi arrivati qui dallo Yemen nel XIII secolo) sono un’esigua minoranza a est del muro costruito dall’occupante marocchino nel deserto ( che si snoda da nord a sud lungo tutto il territorio ). Si contano più di 200.000 rifugiati nelle tendopoli allestite nel deserto algerino, attorno alla città di Tindouf, mentre la popolazione nella regione tocca le 300.000 unità.
Il Paese dipende economicamente dal Marocco, che importa forniture alimentari ed energetiche e gestisce le poche attività locali: la pastorizia nomade (cammelli, capre e pecore) e la coltivazione di palme da dattero nelle oasi del deserto. Ma sono la pesca nelle acque dell’oceano e l’estrazione di fosfati il vero business sui cui le potenze coloniali ( ormai è inutile definirle “ex” ) hanno messo gli occhi da svariati decenni.
Il Sahara Occidentale ottiene l'indipendenza dalla Spagna nel 1975 dopo due anni di lotta del Fronte Polisario (Fronte Popolare di Liberazione della Saguia el Hamra e Rio de Oro), ma viene subito occupato dal Marocco, a nord, e dalla Mauritania, a sud, in base a un accordo segreto tra i due paesi africani, stipulato a Madrid. Migliaia di saharawi fuggono dai bombardamenti dell'aviazione marocchina (che utilizza bombe al napalm e al fosforo sui villaggi) accampandosi nel deserto Algerino, vicino a Tindouf. Qui presto si concentrano tutti i profughi e qui il Fronte Polisario, nel 1976, proclama lo stato indipendente "in esilio" dei saharawi: la Repubblica araba saharawi democratica (Rasd), che verrà riconosciuta da una settantina di paesi. Nel Sahara Occidentale il Polisario inizia una dura guerriglia di resistenza. Nel 1979 la Mauritania ritira le proprie truppe. Il Marocco allora, appoggiato da Spagna, Francia e Stati Uniti, raddoppia lo sforzo bellico e occupa anche la parte meridionale del paese. Ma il Fronte Polisario reagisce con forza, e nei primi anni '80 riesce a liberare varie zone dall'occupazione marocchina. Rabat risponde edificando una muraglia fortificata, minata ed elettrificata lunga 2.500 chilometri in cui racchiude i territori occupati, e al riparo della quale inizia una massiccia colonizzazione, accompagnata da una sanguinosa pulizia etnica contro i saharawi. Fuori dal muro la guerra continua. Nel 1991 l'Onu riesce ad imporre il cessate il fuoco e l'organizzazione di un referendum per l'autodeterminazione del popolo saharawi sotto l'egida di una missione delle Nazioni Unite (Minurso). Dopo lunghe e difficili trattative, la consultazione viene fissata per il 1992, ma il Marocco boicotta in ogni modo la preparazione del referendum, continuando le azioni militari e contestando i criteri di definizione della base elettorale (che secondo Rabat deve includere anche i coloni marocchini). Così la consultazione viene rimandata al 1998, e poi ancora al 2000. Ma non accade nulla. Ad oggi, nonostante l’abbandono della lotta armata del Fronte Polisario nella speranza di poter ottenere più risultati tramite la via non violenta, la celebrazione del referendum appare ancora lontana e l'occupazione marocchina del Sahara Occidentale prosegue nell’indifferenza generale.
fonte principale:peacereporter

sabato 10 dicembre 2011

Reggio Emilia è Antifascista! Ora e sempre, Resistenza!

 

bandiera fronte

«Durante l'occupazione nemica opponeva al tedesco invasore la fiera resistenza dei suoi figli, accorsi in gran numero nelle formazioni partigiane impegnate in dura e sanguinosa lotta. Cinquecento caduti in combattimento, interi comuni distrutti, popolazioni seviziate e sottoposte al più spietato terrore, deportazioni in massa, stragi inumane e crudeli persecuzioni, costituiscono il bilancio tragico, ma luminoso, di un'attività perseverante e coraggiosa iniziata nel settembre 1943 e conclusa con la disfatta delle forze d'occupazione. Memore di nobili secolari tradizioni, riaffermate nell'epopea del Risorgimento, la Città di Reggio Emilia ha saputo degnamente concludere un rinnovato ciclo di lotte per la libertà e per l'indipendenza ed offrire alla Patria generoso tributo di sacrificio e di sangue.»
Settembre 1943 - aprile 1945